Angelo Como

Capostipite della famiglia Como, Angelo emerge come un mercante-banchiere capace di tenere insieme visione, calcolo e relazioni. È il ritratto di un operatore internazionale che conosce fornitori, rotte e tempi. Non il “provinciale” che importa mode, ma un abile uomo d’affari che intesse rapporti stretti con Lorenzo de’ Medici e la famiglia dei Pazzi, intrecciando un nodo stretto fra Napoli e Firenze. Il suo modo di influenzare le rispettive corti, napoletana e fiorentina, lo si comprende da come nel 1469, nell’opera di rimaneggiamento del primo palazzo dei Como, non accontentandosi più del solo piperno locale compra a Firenze elementi lapidei già lavorati in pietra serena, fatti spedire per via d’acqua dal porto di Signa a Napoli. Questo portare materiali “alla fiorentina” dentro una tipologia napoletana (casa-fondaco), trasforma significativamente la cultura dell’abitare del suo tempo.
Quando nel dicembre 1488 Alfonso d’Aragona gli dona non un semplice giardino, ma un nucleo immobiliare articolato, Angelo avvia il secondo programma: una domus magna “alla fiorentina”, con viridarium porticato, paramento a bugne e un disegno coerente di palazzo moderno: nasce il Palazzo Como, straordinario esempio di architettura “alla maniera toscana” che è oggi il Museo Filangieri.

 

Tommaso Grammatico

Tommaso Grammatico incarna il nuovo ceto togato del Regno di Napoli: nasce ad Aversa tra 1473 e 1475, da Antonello (famiglia di Sala Consilina, già a corte nel 1473) e Fosca Del Tufo; sposa Camilla Folliero, figlia di una stirpe di giuristi e imparentata con Andrea Mariconda. Si forma nell’ambiente dell’Università rinnovata da Ferdinando d’Aragona, frequenta i letterati della Pontaniana e gli ambienti che contano (tra cui gli d’Avalos), poi fa carriera: laurea (6 nov. 1496), giudice di Vicaria; quindi, incarichi provinciali e il ritorno in capitale con Gonzalo Fernández de Córdoba; nel 1506 è avvocato fiscale, nel 1535 consigliere al Sacro Regio Consiglio (il massimo tribunale), dove resta fino al 1552; muore nel 1556. Le sue decisiones e le annotazioni a Matteo d’Afflitto gli danno fama europea nella letteratura decisionistica. 

 

Fabrizio Venato Dentice

Fabrizio Venato Dentice, III duca d’Accadia, appartiene alla nobiltà napoletana che visse la transizione tra Antico Regime e modernità. La sua dimora di via Duomo, oggi sede dell’Accadia Relais, fu per decenni un centro di vita mondana e intellettuale: vi si tenevano pranzi, incontri e conversazioni sui temi dei “lumi” e del progresso. Uomo di grande eleganza, educato alla disciplina militare e celebre spadaccino, il duca incarnava il modello del gentiluomo colto e curioso del suo tempo.
Nel 1794 fu coinvolto, suo malgrado, nelle congiure giacobine e condannato al confino a Lipari. Evase pochi anni dopo e rientrò a Napoli con l’indulto, venendo poi reintegrato durante il regno di Gioacchino Murat. Le fonti lo descrivono come figura controversa: per alcuni un aristocratico vicino alle idee moderne, per altri un opportunista.
Quel che è certo è che il duca d’Accadia seppe restare al centro della vita politica e sociale del Regno, trasformando il suo palazzo in un simbolo di apertura, dialogo e continuità familiare tra tradizione e modernità.